Lo scorso 29 maggio ci ha lasciato Edgar Morin, uno dei più grandi pensatori del nostro tempo. Filosofo e sociologo, padre del “pensiero complesso”, Morin ha trascorso un secolo cercando di ricucire ciò che la modernità aveva frammentato: individuo e società, ragione ed emozione, scienza e umanesimo.
Morin ha insegnato al mondo che tutto è connesso e che la complessità non è un ostacolo, ma una via per comprendere la realtà e assumersi la responsabilità del futuro. La complessità, per Morin, è la capacità di riconoscere le interdipendenze, le retroazioni, le ambivalenze, gli effetti inattesi delle nostre azioni. È la consapevolezza che ogni fenomeno umano contiene dimensioni biologiche, culturali, sociali, storiche, affettive, simboliche. È l’invito a non cedere al pensiero binario, alla semplificazione aggressiva, alla chiusura identitaria.
Il pensiero, per Morin, è un modo di stare nel mondo, di comprenderne le contraddizioni, di riconoscerne le ambivalenze, di agire senza pretendere di eliminare l’incertezza. Il suo lavoro di ricerca è attuale perché non offre formule, ma un metodo. Non ci consegna certezze rassicuranti, ma strumenti per abitare un tempo in cui le certezze si frantumano.
Per chi si occupa di sviluppo delle persone, gestione HR o leadership, il suo lavoro è una mappa operativa indispensabile.
Il coaching moderno, in particolare il Coaching Ontologico Trasformazionale, attinge profondamente al pensiero di Morin. Integrando le sue intuizioni con il modello ontologico di Humberto Maturana, Rafael Echeverría e Julio Olalla, emergono potenti punti di contatto. Ma in che modo questa sinergia filosofica si traduce nella pratica del coaching, aiutando manager e organizzazioni a prosperare nell’incertezza?
La realtà come processo: oltre la logica del “causa-effetto”
Per molto tempo, il management e lo sviluppo personale hanno seguito un paradigma meccanicistico: a un problema corrisponde una soluzione lineare. Nel contesto fluido di oggi, questo approccio non funziona più.
Sia per Morin che per i fondatori del modello ontologico, la realtà non è statica, ma è processo, relazione e rete. Non possiamo comprendere un professionista isolandolo dal suo ambiente, né possiamo separare la sua performance lavorativa dalle sue dimensioni emotive o relazionali. L’essere umano è, usando le parole di Morin, una unitas multiplex: un sistema complesso in cui biologia, cultura, linguaggio ed emozioni co-evolvono.
Nel coaching ontologico, questo si traduce nella centralità della relazione. L’osservatore e il sistema si influenzano a vicenda. Quando accompagniamo un leader, sappiamo che ogni piccolo cambiamento nella sua consapevolezza (la “parte”) si riverbera sull’intero ecosistema aziendale (il “tutto”), seguendo quello che Morin chiama principio ologrammatico.
L’anello ricorsivo e il linguaggio generativo: come creiamo la nostra realtà
Uno dei concetti più affascinanti in cui il pensiero complesso incontra l’ontologia è la dinamica tra l’anello ricorsivo di Morin e il linguaggio generativo di Echeverría.
Nel pensiero lineare, la causa produce un effetto. Nel principio di ricorsività, gli effetti retroagiscono e nutrono le cause. Se uniamo questo concetto all’idea che “il linguaggio non descrive la realtà, ma la crea”, otteniamo il vero motore del coaching ontologico.
Consideriamo un caso tipico in azienda: un manager intrappolato in un circolo vizioso.
- Narrazione (Opinione): Il manager pensa: “Il mio team non è autonomo”.
- Azione: A causa di questo giudizio, inizia a fare micromanagement e accentra le decisioni.
- Risultato: Il team, sentendosi poco valorizzato, smette di prendere iniziative.
- Feedback ricorsivo: Il manager osserva l’inattività del team e dichiara: “Visto? Avevo ragione, non sono autonomi”. L’effetto ha appena nutrito la causa.
Il coach ontologico interviene rompendo questo loop. Non si limita a suggerire al manager nuove “tecniche di delega”, ma lo accompagna a osservare la ricorsività del suo stesso linguaggio, aiutandolo a decostruire i propri giudizi.
Cambiare l’Osservatore per gestire l’incertezza
In azienda si affrontano continue transizioni, crisi e blocchi decisionali. Morin ci invita a “navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze”.
L’obiettivo del coaching non è eliminare il caos o imporre un controllo rigido — un’illusione destinata a fallire — ma sviluppare flessibilità cognitiva. Questo avviene attraverso il modello OSAR (Osservatore – Sistema – Azione – Risultati).
Quando i risultati non arrivano, l’approccio classico spinge a cambiare le azioni (Apprendimento di 1° livello). Il coaching ontologico punta invece all’Apprendimento di 3° livello: trasformare l’Osservatore. Aiutando il cliente a cambiare il proprio modo di essere e di leggere il mondo, l’errore smette di essere un fallimento da punire e diventa informazione sistemica preziosa. È l’abbandono dell’illusione del controllo assoluto a favore di un’azione mirata, fluida e adattiva.
Emozioni e Stati d’Animo: la chimica della complessità
L’anello ricorsivo non è solo linguistico, è profondamente biologico. Come sottolineava Maturana, “l’emozione determina lo spazio di azioni possibili”. Nel nostro modello, l’emozione non è un effetto collaterale, ma una componente epistemologica fondamentale.
È cruciale, in sessione, distinguere tra Emozioni (reazioni biologiche immediate a eventi specifici, a breve termine) e Stati d’Animo (il nostro “habitat” emotivo a lungo termine, strutturato da conversazioni storicizzate).
Echeverría mappa quattro stati d’animo fondamentali in cui team e leader spesso si bloccano o prosperano, generati dal modo in cui ci relazioniamo con il passato (ciò che non possiamo cambiare) e il futuro (ciò che possiamo influenzare):
- Il Risentimento (Rifiuto del passato): Nasce da un torto percepito. Genera lamenti e passivo-aggressività, bloccando l’azione produttiva.
- La Rassegnazione (Rifiuto del futuro): Il giudizio “non c’è nulla da fare” genera immobilità e apatia.
- L’Accettazione (Pace con il passato): Il riconoscimento oggettivo dei fatti. Libera energia e permette di concentrarsi sul presente.
- L’Ambizione (Apertura al futuro): La visione di nuove possibilità e l’assunzione di responsabilità per realizzarle.
Il lavoro del coach è muovere il cliente dai quadranti del rifiuto a quelli dell’accettazione e dell’ambizione. Se un intero team vive nella Rassegnazione, un banale “discorso motivazionale” sarà inutile. Bisogna scendere nell’anello ricorsivo, individuare il giudizio storico che blocca il sistema e ristrutturarlo linguisticamente. Cambiando la conversazione interna, cambia la chimica corporea, si sblocca lo stato d’animo e si aprono nuove possibilità di azione.
Il nostro modo di fare coaching
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